L'8 MARZO SOTTO LE BOMBE: LE DONNE IRANIANE STRETTE TRA LA DITTATURA DEL REGIME E L'ORRORE DELLA GUERRA
L'8 MARZO SOTTO LE BOMBE: LE DONNE IRANIANE STRETTE TRA LA DITTATURA DEL REGIME E L'ORRORE DELLA GUERRA
La Giornata internazionale della donna cade quest'anno in un momento di profonda tragedia per le donne iraniane. Da un lato, subiscono da quasi mezzo secolo la repressione di un regime che ha fatto del controllo dei loro corpi la propria bandiera; dall'altro, sono ora vittime di una guerra devastante che, nel nome di una presunta "liberazione", sta seminando morte tra le loro figlie. Il bombardamento di una scuola elementare femminile a Minab, con 165 bambine uccise, è diventato il simbolo atroce di questa doppia violenza.
Mentre in Italia le piazze si riempiono di mimose e sui social piovono auguri per le "donne forti e coraggiose", in Iran la parola "forza" assume il significato tragico e quotidiano della sopravvivenza. Perché qui, in questa domenica di conflitto, essere donna significa affrontare una doppia oppressione: quella, antica, di un regime teocratico che dal 1979 ne ha imprigionato i corpi e le menti, e quella, nuovissima e feroce, di una guerra che sta colpendo proprio loro, le più indifese.
Il massacro di Minab: 165 bambine uccise dalla "liberazione"
A dare il volto più atroce a questa guerra è la strage avvenuta il 28 febbraio scorso nella città di Minab, nel sud dell'Iran. Un raid aereo, che secondo le ricostruzioni più accreditate sarebbe stato condotto dagli Stati Uniti, ha centrato in pieno una scuola elementare femminile, uccidendo 165 bambine di età compresa tra i 5 e i 12 anni . Le immagini diffuse in queste ore sono agghiaccianti: fosse comuni scavate in tutta fretta per accogliere i piccoli corpi allineati, migliaia di persone vestite a lutto che piangono le loro figlie.
L'episodio, avvenuto mentre le alunne erano in classe, è stato condannato dall'Alto commissario ONU per i diritti umani, Volker Türk, che ha chiesto un'indagine "rapida, imparziale e minuziosa" . Ma Stati Uniti e Israele, pur colpendo obiettivi militari nella zona, non hanno ufficialmente rivendicato l'attacco. Il governo iraniano, tramite il portavoce del ministero degli Esteri, ha puntato il dito contro Usa e Israele, mentre il New York Times, analizzando immagini satellitari, suggerisce che il bombardamento della scuola possa essere avvenuto contestualmente a un'offensiva americana contro una base navale della Guardia Rivoluzionaria nelle vicinanze.
Che sia stato un errore di mira o una conseguenza della cosiddetta "Dottrina Dahiya" – che prevede la distruzione su larga scala di infrastrutture civili per fare pressione sul nemico – il risultato non cambia: la guerra, che si autoproclama portatrice di democrazia, ha come prime vittime proprio le bambine che di quella democrazia avrebbero dovuto essere il futuro.
L'evoluzione del conflitto: una guerra che si allarga
Il massacro di Minab è solo l'episodio più tragico di un conflitto che, iniziato sette giorni fa con l'uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, sta rapidamente degenerando. Nelle ultime ore, aerei israeliani e statunitensi hanno colpito cinque impianti petroliferi nella capitale Teheran e nell'Alborz, provocando un incendio e una fitta coltre di fumo sulla città . L'esercito israeliano ha rivendicato la distruzione di diversi caccia F-14 iraniani nell'aeroporto di Isfahan e di 16 aerei utilizzati dalle forze d'élite Quds a Teheran, nel tentativo di "rafforzare il controllo di Israele sui cieli dell'Iran".
Il presidente americano Donald Trump, in un'intervista telefonica alla CNN, ha parlato chiaro: vuole la "resa incondizionata" dell'Iran, pur aprendo alla possibilità che alla guida del Paese resti un religioso "giusto ed equo" . Dall'altra parte, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha avvertito che il suo Paese "sarà costretto a rispondere" a qualsiasi attacco da parte dei paesi vicini, e ha ribadito che l'Iran "non si arrenderà mai", dichiarando di poter "continuare così per altri 6 mesi" . Intanto, lo stretto di Hormuz è stato chiuso alle navi americane e israeliane, e un'esplosione ha danneggiato l'ambasciata Usa a Oslo, facendo temere un allargamento del conflitto anche in Europa.
1979-2026: dalla rivolta per il velo alla fossa comune
A rendere ancora più amara questa tragedia è la Storia. Quasi mezzo secolo fa, l'8 marzo 1979, le strade di Teheran si riempirono di donne a capo scoperto che manifestavano contro l'introduzione del velo obbligatorio da parte del neonato regime di Khomeini . Erano donne che avevano intuito che la rivoluzione islamica avrebbe fatto del controllo dei loro corpi un cardine del potere. Oggi, 47 anni dopo, il regime è ancora lì, più oppressivo che mai, e le loro nipoti e bisnipoti giacciono in fosse comuni, uccise da bombe sganciate in nome di una libertà che non hanno chiesto.
Il paradosso è gridato dagli analisti e dalle stesse attiviste iraniane. "La guerra non libera le donne", titola oggi un editoriale del Quotidiano Nazionale. "I regimi autoritari fondano il proprio dominio sulla repressione delle donne, ma la guerra che dovrebbe abbatterli di rado produce libertà" . Lo dimostra l'esperienza afghana, dove vent'anni di presenza internazionale non hanno impedito il ritorno dei talebani e la cancellazione delle donne dalla vita pubblica. Lo dimostra l'Iraq, dove la caduta di Saddam Hussein ha aperto le porte all'instabilità e a nuove restrizioni sociali.
"Con l'attacco alla scuola, stanno dicendo che non lasceranno pietra su pietra", spiega la sociologa Berenice Bento, dell'Università di Brasilia. "È la stessa logica usata a Gaza: distruggere tutto perché la popolazione civile si rivoltii contro il potere locale. Ma le donne iraniane non hanno chiesto di essere salvate con le bombe".
La voce delle iraniane: "No alla guerra dei potenti"
E infatti, la richiesta che arriva dall'Iran è un'altra. Nei giorni scorsi, 353 attivisti e accademici iraniani residenti nel Paese hanno pubblicato un manifesto dal titolo inequivocabile: "No alla guerra" . "Questa non è una guerra per liberare il popolo iraniano", ha dichiarato Minoo Mirshahvalad, ricercatrice iraniana all'Università di Copenhagen, in un collegamento con un'associazione di donne a Modena. "È una guerra dei potenti, delle armi".
Le donne iraniane lottano da decenni per i loro diritti, come ha ricordato il movimento "Donna, Vita e Libertà" nato nel 2022 dopo l'uccisione di Mahsa Amini per mano della polizia morale. Una lotta che ha portato al Nobel per la pace a Narges Mohammadi, oggi ancora in carcere . Ma la loro battaglia è per una democrazia dal basso, costruita con le loro mani, non imposta dai missili. "Le donne iraniane, i popoli arabi, il popolo palestinese devono decidere il loro destino, non gli Stati Uniti e Israele", ha commentato la giornalista Soraya Misleh.
Un appello nel giorno della festa
Mentre la diplomazia internazionale cerca faticosamente una mediazione (e l'Italia, forte del ruolo avuto nella liberazione di Cecilia Sala, sembra essere stata uno dei possibili canali di trattativa nelle prime ore del conflitto) , la guerra continua a mietere vittime tra i civili. E le donne, come sempre, pagano il prezzo più alto.
Oggi, 8 marzo 2026, mentre riceviamo gli auguri, fermiamoci un istante a pensare a loro. Alle madri di Teheran che piangono le figlie sepolte sotto le macerie di una scuola. Alle attiviste che rischiano la vita per un semplice ciuffo di capelli ribelle. Alle bambine di Minab che non siederanno mai più tra i banchi.
La loro voce è chiara: non vogliono essere salvate, vogliono essere liberate. E la libertà non arriva con le bombe, ma con la solidarietà internazionale e il sostegno alla loro lotta pacifica per i diritti. Perché, come scriveva Virginia Woolf alla vigilia di un'altra guerra, "Come donna non ho patria. Come donna la mia patria è il mondo intero" . Oggi, quel mondo piange le sue figlie iraniane.
di Redazione
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